
The Pied Piper — Il Pifferaio Di Hamelin
Artista
Kevin Spagnolo
DATA
venerdì 19 settembre 2025
LUOGO
Teatro Verdi • Sala Grande
SCORRI PER SCOPRIRE
PROGRAMMA
Gustav Holst (1874–1934)
St. Paul Suite, op. 29 n. 2, H. 118 per orchestra d’archi
Jig – Vivace
Ostinato – Presto
Intermezzo – Andante con moto
Finale (The Dargason) – Allegro
Claude Debussy (1862–1918)
Danses per arpa cromatica e orchestra d’archi, L 113
Danse sacrée – Très modéré
Danse profane – Modéré
— Pausa —
Luciano Berio (1925–2003)
Lied per clarinetto solo
Aaron Copland (1900–1990)
Concerto per clarinetto con arpa, pianoforte e orchestra d’archi
Slowly and expressively
Cadenza
Rather fast

Presentazione
Scritto nel 1948 ed eseguito per la prima volta alla Carnegie Hall di New York il 6 novembre del 1950, il Concerto per Clarinetto solista, Arpa, Pianoforte e Orchestra d’Archi di Aaron Copland, rappresenta un caposaldo per la letteratura del clarinetto. Questa pagina poi si è imposta nel repertorio del balletto, a partire dal momento in cui il coreografo Jerome Robbins decise di utilizzarla per il suo The Pied Piper (1951), dal racconto il Pifferaio di Hamelin. Ed è proprio questo il titolo pensato per la serata, nel quale, iconicamente il solista, “il Pifferaio”, si staglia come figura demiurgica, in grado di attirare con la sua magia; il tutto amplificato dalla coreografia del balletto che, in questa esecuzione, si è voluta ricreare grazie ai ballerini del Con.Cor.D.A/Movimentoinactor, prendendo le mosse dall’edizione del ’51.
Che il Concerto per Clarinetto di Copland viva di una particolare energia è evidente, già subito per la sua genesi e per la struttura formale. Venne, infatti, commissionato dal famoso clarinettista Benny Goodman e tagliato sulle sue eclettiche doti di virtuoso, i temi sincopati, le sonorità crude, le allusioni allo stile del ragtime e al caratteristico modo di suonare del celebre sestetto di Goodman. Come scrive il musicologo Claudio Toscani: «Il Concerto è in una forma inusuale: due movimenti - il primo dei quali costituisce una sorta di lunga introduzione lenta - si succedono senza soluzione di continuità, collegati da una cadenza intermedia del solista. Il primo movimento, Slowly and expressively, è una pagina ispirata, pervasa da un lirismo intenso e controllato». A questo primo momento segue una Cadenza solistica, così rapsodica e improvvisativa, chiaro tributo alla tradizione jazzistica di quegli anni; essa è un collante tematico tra il prima e il dopo. Il materiale melodico del Rather fast, ultima sezione, viene alterato e ricombinato continuamente (la forma è una sorta di libero rondò, ricco di idee secondarie elaborate); a un certo punto Copland ricrea in modo ancora più preciso l'effetto di un'orchestra jazz chiedendo ai contrabbassi di suonare pizzicando le corde nel modo caratteristico, in «slap bass style». Il finale, come avverte lo stesso compositore, nasce «da una fusione inconscia di elementi chiaramente imparentati con la musica popolare del Nord e del Sudamerica (per esempio la frase di una melodia popolare brasiliana, da me ascoltata a Rio, è stata inglobata nel materiale secondario)». È sicuramente quindi un prodotto nel quale l’ibridazione musicale si fa Arte; non possiamo così non ricollegare il clima poetico delle prime note di questo Concerto alle famose Danze Sacre e Profane per arpa e orchestra d'archi di Claude Debussy, che risalgono al 1904. È la stessa spinta modale ed elegiaca che ritroviamo in questo gioiello di scuola francese. A riguardo, Arrigo Quattrocchi scrive: «La particolare combinazione timbrica fra l'arpa e l'orchestra d'archi è un elemento peculiare delle Danses, a cui si aggiunge la scelta di modi arcaici (dorico e lidio) per ciascuna di esse. La Danse sacrée - tripartita, con una sezione centrale più animata - è basata su un pezzo pianistico del compositore portoghese Francisco de Lacerda (1869-1934) e prelude alle rarefatte atmosfere di certe pagine pianistiche (...Danseuses de Delphes del 1910). La Danse profane, che succede senza soluzione di continuità, è anch'essa tripartita, con una breve ricapitolazione; più mossa e virtuosistica, lascia scorgere nel suo clima onirico l'influenza delle Gymnopédies di Satie, che Debussy aveva orchestrato nel 1897». Utilizzo differente della modalità, invece, è quello del compositore Gustav Holst, del quale ascolteremo la famosa St. Paul's Suite per archi, scritta nel 1912 per la St. Paul's School, un istituto femminile di Londra di cui il compositore è stato direttore musicale. Un linguaggio chiaro e immediato, in cui la musica si presenta in tutta la sua brillante varietà e moderna inventiva. Questo complesso di brani è dunque un piccolo carillon, nel quale le influenze popolari e anglosassoni affiorano quali reminiscenze ancestrali, quando in un clima di danza, quando in un clima intimistico, quando elegiaco. Quella di Debussy e di Holst sono sicuramente scelte coloristiche particolari e, in questa ottica di ricerca delle potenzialità espressive del colore, si pone anche un brano iconico del Novecento storico, Lied di Luciano Berio del 1983. Lied è dunque una breve composizione per Clarinetto solo in sib che, sebbene non ascritta al gruppo delle Sequenze, presenta numerose analogie con procedimenti compositivi che possiamo rintracciare in molte di esse. In questo pezzo principe è la qualità “liquida” e al contempo robusta dello strumento, impiegata in un canto solistico di grande effetto onirico. Questo programma nella sua totalità vuole essere così inteso come un grande Lied, ovvero un grande canto, alternato in diversi momenti che mai rinunciano ad una vena melodica avvolgente e coinvolgente. È la magia del “Pifferaio magico” disseminata tra questi brani, che ci introduce per mano gradatamente verso l’età moderna, per capire come Holst, Debussy, Berio e Copland siano quattro generosi affacci musicali sulla nostra contemporaneità.
ARTISTI
Clarinetto solista: Kevin Spagnolo
Arpa solista: Martina Nifantani
Direttore: Pietro Consoloni
Orchestra: Orchestra Giovanile Toscana
Corpo di ballo: Con.Cor.D.A / Movimentoinactor
FOTO ESECUTORI
CURRICULUM



